• A Rimini due giorni di confronto per rilanciare l’impegno per la pace: concluso il convegno INNESCHI

    La direzione emersa è chiara: la pace è frutto di un processo partecipato.

A Rimini due giorni di confronto per rilanciare l’impegno per la pace: concluso il convegno INNESCHI

La direzione emersa è chiara: la pace è frutto di un processo partecipato.

Due giornate intense e ricche di stimoli hanno animato la sala Manzoni di Rimini, dove si è svolto venerdì 12 e sabato 13 dicembre il convegno nazionale “INNESCHI – Scintille che generano la pace”, promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in occasione dei suoi 50 anni di obiezione di coscienza e impegno per la pace.

Realizzata con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, della Diocesi di Rimini e del Comune di Rimini, l’iniziativa ha coinvolto giovani studenti e studentesse, volontari e volontarie in Servizio Civile, insegnanti, educatori e educatrici, rappresentanti di istituzioni, associazioni e cittadini/e.

Dal convegno è emersa con chiarezza la direzione in cui procedere: innescare processi di cambiamento collettivi. “Uscire dal baratro significa costruire una cultura di pace disarmata e disarmante – ha dichiarato Matteo Fadda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il Comunicato Stampa ufficiale – andando oltre logiche divisive e dando vita a inneschi, alleanze e collaborazioni. Dobbiamo aprirci sempre più a soluzioni che oggi non riusciamo ancora a immaginare, affidandoci all’educazione, alla strategia, alla professionalità, a un nuovo linguaggio ma anche alla forza spirituale, per tornare a essere popolo, comunità”.

I gruppi di lavoro e lo spettacolo teatrale LA SCELTA: tra confronto e scelte coraggiose

Il convegno si è aperto con i gruppi di lavoro del venerdì pomeriggio, subito in una dimensione partecipativa dove i/le partecipanti hanno lavorato sui tre focus proposti: educare alla pace attraverso i conflitti, politiche di pace e ruolo dei civili nei conflitti. I gruppi tematici hanno messo in dialogo generazioni e competenze diverse con l’accompagnamento di facilitatori/trici esperti/e, contribuendo all’emersione di azioni concrete frutto di un confronto acceso, emersioni che verranno divulgate nei prossimi mesi ai/lle partecipanti e sul sito ufficiale.

La sera del venerdì lo spettacolo teatrale “La Sceltadi e con Marco Cortesi e Mara Moschini: dopo tre anni dall’ultima messa in scena, Marco e Mara sono tornati sul palco con la stessa intensità e potenza, coinvolgendo le più di 200 persone presenti nelle storie vere di scelte coraggiose accadute durante la guerra in Ex-Jugoslavia, in grado di interrogare il pubblico sulle possibili scelte di oggi

Ritorno alla leva militare e investimenti nel riarmo? Cosa sta succedendo oggi in Italia e in Europa e come intervenire

Dopo i saluti istituzionali del vescovo di Rimini Mons. Niccolò Anselmi, del presidente Matteo Fadda, dell’assessora del Comune di Rimini con delega alle politiche per la pace Francesca Mattei, e della consigliera regionale Alice Parma, il focus della mattinata del Convegno è stato dedicato al diritto all’obiezione di coscienza oggi.

“Le scelte di obiezione di coscienza individuali devono diventare un movimento collettivo perché noi la guerra non la vogliamo”: così ha esordito Cecilia Rinaldini, inviata del Giornale Radio Rai, che ha introdotto e moderato l’incontro, tracciando un quadro internazionale allarmante e in pericolosa deriva militarista.

Il diritto all’obiezione di coscienza a livello europeo è sempre più sotto pressione e in bilico: dal recente piano francese sulla leva militare, al ritorno dell’obbligatorietà in Croazia, fino alla lettera inviata in Germania ai giovani, ai quali è stato chiesto se sarebbero disponibili a svolgere il servizio militare. Per ultima la proposta in Italia del Ministro Crosetto. “Un diritto in bilico – ha condiviso  Daniele Taurino, Presidente della rete europea per l’obiezione di coscienza EBCO –  non casualmente: c’è un preciso disegno che unisce militarizzazione e repressione dell’obiezione di coscienza e della nonviolenza”. È quello che ha denunciato anche Martin Uggla, rappresentante del movimento nonviolento svedese, che ha condiviso la svolta militarista della Svezia, dove dal 2017 il servizio militare è obbligatorio per uomini e donne e viene svolta una forte campagna promozionale al riguardo rivolta ai giovani e alle giovani.

Anche le scelte economiche del nostro Paese vanno verso un’economia di guerra, con un aumento del 60% delle spese militari negli ultimi dieci anni, a scapito di sanità, istruzione, ambiente e lavoro. “Storicamente – ha commentato Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci – politiche di riarmo simili hanno portato a conflitti armati, alimentati anche dalla produzione e dal commercio delle armi. (…) Una scelta irresponsabile”

UN CAMBIO DI ROTTA POSSIBILE – Di fronte a questa situazione, ciò che emerge dal panel mattutino è che è possibile, come cittadini e cittadine, cambiare rotta, attraverso diversi strumenti portati da relatori e relatrici: la non cooperazione, il disinvestimento in finanziamenti di guerra, il sostegno agli obiettori di coscienza attraverso l’assistenza legale o il supporto economico. È possibile inoltre riconvertire l’industria militare, favorendo la creazione di posti di lavoro e le opportunità per le imprese, rispondendo ai bisogni inevasi nel campo dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente e del lavoro. Anche attraverso il Servizio Civile è possibile coinvolgersi come giovani cittadini/e: il Servizio Civile è infatti, come ricordato da Laura Milani, responsabile del Servizio Civile per la Comunità Papa Giovanni XXIII, durante l’intervento conclusivo del primo panel, “una forma di difesa civile che ha le sue radici in un no alla guerra, ma anche in un no a tutte le forme di violenza, anche quelle invisibili, ed attua la difesa civile attraverso pratiche di solidarietà.”

La guerra è una distorsione della vita: tre testimonianze dirompenti

Riusciamo ad insegnare ad un cagnolino a non ammazzare le galline, perché noi non riusciamo a smettere di ucciderci a vicenda? Un bambino piccolo che viene inserito in un asilo nido, non ha voglia di ammazzare tutti i suoi simili, quindi la guerra non è la forma “standard” della vita. La guerra è una distorsione della vita”. Con queste parole Giovanni Grandi, obiettore in disobbedienza civile con la Comunità Papa Giovanni XXIII negli anni ’90, ha fatto vibrare la sala del convegno, seguito dalle potenti testimonianze di Monica Puto, operatrice di pace con Operazione Colomba che ha portato la voce della Comunità di Pace di San Josè de Apartadò in Colombia che resiste in modo nonviolento a soprusi e violenze, e Veronica Panza, volontaria in Servizio Civile in una Comunità Terapeutica.

Dove le parole non arrivano: costruire la pace e difendere i diritti umani attraverso l’arte

Durante la mattinata, la premiazione del concorso artistico culturale “INNESCHI – Quando l’arte genera la pace” arricchita dagli interventi di Gianluca Costantini, fumettista, giornalista a fumetti e attivista e di Alberto Prina, fotografo e direttore del Festival della Fotografia Etica.

Accusato di terrorismo per le sue opere e licenziato dalla CNN perché faceva disegni sulla Palestina, Gianluca Costantini ha condiviso come anche lui è stato obiettore di coscienza, dopo i tre giorni in caserma che ha vissuto come una violenza e una limitazione alla sua libertà. Libertà di movimento che è diventata il suo argomento principale attraverso i suoi disegni di denuncia.

Premiati Eleonora Valmadre e Pietro Staricco per le categorie visual communication e fotografia, insieme ai secondi classificati Emmanuel Preli Alcala e Martina Sedda. Un momento importante che ha evidenziato il valore dell’espressione artistica nel coinvolgimento delle nuove generazioni ed ha messo in luce come fare arte possa già essere in sé una scelta di pace, perché allena ad osservare la realtà, ad esprimerla e raccontarla con creatività.

Le sfide attuali per costruire la pace

Lavorare sull’”igiene del conflitto”, imparando a riconoscerlo e gestirlo, formarsi e informarsi, delegittimare il potere di governanti che non stanno mantenendo accordi e garantendo la pace a livello globale, ridare dignità alla parola “pace” nel linguaggio comune e scegliere la nonviolenza: queste alcune delle tante possibilità emerse dagli interventi del sabato pomeriggio.

Sul tema dell’educazione alla pace Erika Degortes, dottoranda in Peace Studies all’Università “La Sapienza” di Roma, membro di TRANSCEND International e rappresentante del metodo Sabona in Italia, ha evidenziato la necessità di lavorare sull’“igiene del conflitto”, imparando a riconoscerlo e gestirlo. Sulle politiche di pace è intervenuto il professor Marco Mascia, Presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, richiamando l’attenzione all’instabilità dell’attuale scenario internazionale, in cui Istituzioni e legalità risultano fragili e l’Unione Europea sembra orientata prevalentemente verso la corsa al riarmo. Un contesto che, ha avvertito, rischia di incidere direttamente sulla tenuta dei principi dello Stato di diritto. Infine, Rossano Salvatore, vicepresidente della CNESC, che è intervenuto sul tema del ruolo dei conflitti nei civili, a partire dalla sua esperienza personale come obiettore di coscienza e come formatore di volontari e volontarie in servizio civile per l’ente CESC Project. “Le vie della nonviolenza – ha condiviso nel suo intervento Rossano, invitando i presenti a praticare e coltivare la nonviolenza, in tutte le sue dimensioni – possono essere quelle che in questa fase di caos ridanno ordine”

Gli interventi del pomeriggio sono proseguiti con la restituzione del lavoro svolto il giorno precedente nei gruppi tematici, intervallata dalle letture di volontari e volontarie in servizio civile tratte la libro “L’aiuola che ci fa tanti feroci a cura di Giulio Marcon” e dalla musica di Daniele Torri.

Al centro dialogo, rete e promozione di una cultura nonviolenta

“Il convegno si chiude con un messaggio chiaro – ha concluso Laura Milani al termine del convegno – la pace è frutto di un processo partecipato, che mette al centro il dialogo intergenerazionale e la dimensione delle reti e che oggi tra le priorità vede indubbiamente la promozione di una cultura della nonviolenza. Tra le proposte emerse, contrastare la violenza e la guerra, attraverso l’istituzione di Corpi Civili di Pace e la valorizzazione del servizio civile nella sua finalità di difesa civile non armata e nonviolenta della Patria”.

La preziosità del convegno è stata proprio la forza e la potenza con cui ha risvegliato le nostre coscienze, richiamando ciascuno alla propria responsabilità e restituendo la forza di essere collettività. Un’unica coscienza condivisa e orientata alla pace, espressione di un profondo senso di cura e di amore per questa umanità.