Scritto da Diana Bandarica, volontaria in Servizio Civile a Boxtel nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – LA NOSTRA EUROPA 2025”
Nei Paesi Bassi c’è un giardino sociale che racconta una storia di cura silenziosa. Non è solo un luogo dove si coltivano ortaggi per il banco alimentare locale, ma un terreno dove si intrecciano vite che normalmente non si sfiorerebbero mai.
Durante il mio servizio come Casco Bianco, ho abitato questo spazio dove il lavoro della terra diventa l’unico ponte possibile tra mondi distanti.
Da una parte ci sono i volontari: pensionati, spesso di famiglie benestanti, che scelgono la fatica e il lavoro manuale per dare un pasto al prossimo. Dall’altra ci sono uomini e ragazzi che arrivano da contesti duri, impegnati in percorsi di lavori socialmente utili per reintegrarsi nella società. È un incontro strano, tipico della cultura olandese: c’è una presenza massima, un rigore impeccabile nel dovere, ma a volte manca quel “trasporto emotivo” a cui noi siamo abituati. I volontari e i lavoratori socialmente utili si incrociano poco, procedono spesso come binari paralleli. Eppure, proprio qui si avverte il bisogno di un’integrazione più profonda, di un dialogo che vada oltre la semplice esecuzione dei compiti.
In questo microcosmo ho incontrato Maria. Sessant’anni, minuta e instancabile, Maria è la prima a terminare la pausa caffè per tornare alle sue piantine, che misura con il metro con una precisione quasi sacra. È dolce e dura allo stesso tempo: con i ragazzi che hanno avuto percorsi difficili usa un rigore sottile. Quando lasciano gli attrezzi sporchi, lei glielo fa notare senza giudicare, cercando di trasmettere quel senso di rispetto e cura che serve per ricostruire una vita.

