Scritto da Emanuele Grassilli, volontario in Servizio Civile a Castel Maggiore (BO) nel progetto “Il peso della valigia 2025”
Fra un mese quest’anno di servizio civile sarà finito.
Talvolta un mese sembra lungo, ma l’unica certezza è che ogni mese passa in fretta. Passa e non ritorna, passa e se ne va.
E’ strano da pensare, perché un po’ alla volta questo servizio si è fatto come un’abitudine, o meglio una consuetudine, e oggi e domani – e per un mese ancora – il pomeriggio sono lì, a stare al fianco di persone che magari non hanno più nessuno, né un familiare né un amico, né un sogno né una speranza, e se mi concentro troppo su questa cosa finisco a ritrovarmi triste, anche se non so bene il perché. Del resto, quando sono lì – quando sono in Capanna – mica ci penso, che le persone intorno a me sono finite tanto in basso da ritrovarsi in strada, a dormire sotto un portico perché non avevano nessun altro posto dove andare, a mendicare l’elemosina perché tutti o quasi si sono all’improvviso dimenticati di loro. Quando sono in Capanna sono lì e basta, le persone che ho intorno sono persone e basta, e non “persone con un passato in strada”, o “persone senza fissa dimora”, o “senzatetto cui la vita ha dato un’altra occasione, forse l’ultima”. Le persone in Capanna sono loro e basta, con i loro problemi, le loro fatiche, la loro rabbia, e tu sei tu e basta, senza niente da dare che sia un po’ di conforto, senza niente da dire che non sia il silenzio coinvolto dell’ascolto ogni qualvolta qualcuno scelga di aprirsi un po’ con te.
Se dovessi scegliere tre parole per descrivere quest’esperienza, direi: stare, stare, stare.
Stare è ciò che ho imparato a fare, poco per volta, sempre con fatica perché spesso sarebbe più comodo scappare, lasciare tutto e tutti e andarsene a cercare la tranquillità da qualche altra parte, in una baita in un bosco senza nessuno nei paraggi.
Stare è ciò che ho fatto, anche quando non ero sicuro fosse la cosa giusta, anche quando mi sentivo inutile e/o inutilizzato, quando sentivo sprecato l’ennesimo giorno nel traffico delle sei del pomeriggio per andare in stazione a recuperare gente che neanche ti dirà grazie per il tuo essere lì, ancora e ancora, un altro giorno ancora.
Stare è la prima regola, e forse anche l’ultima – e quasi l’unica, tutto sommato. Vivere il momento per quello che esso porta, che sia gioia o fatica, tristezza o rassegnazione. Accettare la rabbia degli altri, legittima come la mia. Incassare gli sfoghi, soprattutto quelli ingiusti o immotivati, senza giudicare o sentirsi superiori. Stare.
Non so cosa lascio, non so cosa porto con me. Forse lo saprò dopo che il servizio sarà finito, forse non lo saprò mai. Peggio: forse non lascio niente. Mi porto dietro la sensazione d’aver imparato – almeno un po’ – a stare nelle situazioni, a non scappare alla prima difficoltà, alle prime nubi che adombrano il cielo all’orizzonte. Non so se me l’ha insegnato la Capanna, senz’altro qui è dove credo d’averlo appreso.
** foto scattata in Grecia durante i due mesi di servizio trascorsi lì grazie alla misura aggiuntiva “Unione Europea” prevista dal progetto “Il peso della valigia 2025”

