Scritto da Giulia Convertini, Casco Bianco in Servizio Civile a Scutari nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – EURASIA 2025

Quest’anno l’ho passato a Shkoder, nel nord dell’Albania, e sono stata immersa nelle dinamiche di una casa di accoglienza per donne vittima di violenza con i loro bambini. È stato un anno intenso in cui ho affrontato tante scoperte e ho condiviso momenti che mai avrei immaginato.

In contrasto alla vita atomizzante e omologante, qui ho vissuto una società diversa: condivisione, cura e  l’esserci.

C’ero quando la bimba di un anno ha iniziato a muovere i suoi primi passi, c’ero quando una donna ha partorito, c’ero quando i bimbi stavano male, c’ero quando le donne mi raccontavano il loro passato, c’ero quando ho insegnato a nuotare a dei bambini di 10 anni e c’ero tutte le volte. Potrei continuare ad elencare i vari momenti che hanno caratterizzato la mia esperienza, perché è stata una costellazione di presenze.

Ecco penso che alla domanda “cosa lascio e cosa porto?” non ci possa essere altra risposta che la presenza, attimi, momenti unici, ricordi e desideri.

Non si può lasciare nulla di materiale che valga la pena raccontare. In questi mesi ho capito che non siamo noi a scegliere cosa lasciare e cosa prendere, sono gli altri a farlo, sono i momenti passati insieme.

La comunità ha reso i confini labili e sfumati, un io nel noi e viceversa che ha rimescolato le carte e le sicurezze, quindi rispondere a queste domande prendendo in considerazione esclusivamente me non potrà mai essere una risposta complessiva. Perché quest’anno lo spazio per l’individualismo è stato lasciato alla collettività, al percepirsi un insieme e non astrarsi e porsi al di fuori, in una posizione altra per poter giudicare e categorizzare.

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