Scritto da Mirco Ferrari, volontario in Servizio Civile a Faenza (RA) nel progetto “Un gioco di squadra 2025”
Mi chiamo Mirco, ho 28 anni e ho scelto di intraprendere il Servizio Civile Universale con l’obiettivo di mettermi in gioco in un contesto che mi permettesse di crescere sia dal punto di vista personale sia relazionale. Sentivo il bisogno di vivere un’esperienza significativa, capace di offrirmi nuovi strumenti per comprendere me stesso e gli altri, attraverso il confronto diretto con persone e realtà diverse dalla mia.
Svolgo Servizio Civile presso la Casa per l’Autonomia di Faenza, all’interno del progetto “Un gioco di squadra 2025”, che ha come finalità il supporto di persone con disabilità nel loro percorso verso una maggiore autonomia. In questo contesto, il mio ruolo di operatore volontario si inserisce principalmente nella relazione quotidiana con i beneficiari, attraverso l’affiancamento nelle attività giornaliere e la costruzione di un rapporto basato sulla fiducia e sulla comunicazione.
Uno degli aspetti più significativi della mia esperienza riguarda il tema della comunicazione. Ho compreso che comunicare non significa esclusivamente parlare ma saper ascoltare, osservare e riconoscere modalità comunicative alternative, spesso più autentiche ed efficaci delle parole. Questo cambiamento di prospettiva è avvenuto soprattutto grazie alla relazione con Alice, una ragazza con disabilità che vive nella struttura.
Alice sta svolgendo un percorso specifico volto a sviluppare e potenziare le proprie capacità comunicative. Con il supporto dell’équipe educativa, sta gradualmente imparando a esprimersi in modo più consapevole, anche attraverso l’uso di parole, immagini e strumenti visivi. Nonostante questo percorso, il suo principale canale comunicativo rimane lo sguardo, elemento centrale nella relazione con gli altri e strumento fondamentale per esprimere emozioni, bisogni e stati d’animo.
All’inizio del mio servizio, questa modalità comunicativa mi metteva in difficoltà e generava in me un senso di inadeguatezza. Mi risultava complesso interpretare i suoi segnali e tendevo a pensare di non avere le competenze necessarie per instaurare una comunicazione efficace, attribuendo questo ruolo esclusivamente agli educatori.
Con il tempo, grazie all’osservazione attenta, al confronto costante con l’équipe e alla partecipazione attiva al percorso comunicativo di Alice, ho iniziato a riconoscere e valorizzare i suoi segnali. Ho imparato a dare importanza allo sguardo, ai gesti, ai tempi di risposta e alla presenza silenziosa. Progressivamente, ho sviluppato una modalità comunicativa più consapevole, rispettosa dei suoi tempi e dei suoi bisogni, costruendo con lei una relazione più autentica e significativa.
Dopo circa sei mesi, il rapporto comunicativo con Alice è diventato più naturale e spontaneo. Riuscire a comprendere i suoi bisogni e a sostenere il suo percorso comunicativo mi ha dato una grande soddisfazione personale e ha rafforzato la mia fiducia nel valore della relazione educativa. Questa esperienza mi ha permesso di superare diversi pregiudizi e di rivedere profondamente il mio modo di relazionarmi con l’altro.
Attraverso questa relazione, ho compreso che la comunicazione è alla base di ogni percorso di autonomia e che solo attraverso una relazione fondata sulla fiducia reciproca è possibile accompagnare la persona nel proprio percorso di crescita. La comunicazione, intesa come scambio autentico, diventa quindi uno strumento fondamentale di inclusione e valorizzazione della persona.
In conclusione, il Servizio Civile rappresenta per me un’esperienza di grande valore umano e formativo. Il percorso comunicativo condiviso con Alice ha avuto un impatto profondo sulla mia crescita personale, insegnandomi che comunicare significa prima di tutto essere presenti, disponibili e aperti all’ascolto. Ritengo che questa consapevolezza continuerà ad accompagnarmi nel mio futuro personale e professionale, rafforzando valori quali il rispetto, l’empatia e la responsabilità verso l’altro.





