Dove l’amore non chiede parole: la casa che non sapevo di cercare
servizio civile italia TestimonianzeScritto da Ahlam Er Rabeh, volontaria in Servizio Civile a Bevagna (PG), nel progetto “Fuori dal guscio 2025”
Qualora dovessi raccontarti di questi mesi, ti direi che faccio fatica a trovare le parole giuste per descriverli. Eppure fermarmi lì non sarebbe corretto: significherebbe non dare valore, né memoria, a tutto ciò che ho vissuto. Posso dirti che non è stato semplice, non come potrebbe apparire dai sorrisi, dagli abbracci, dalla sintonia. Sono stati mesi intensi, a tratti difficili.
Forse perché fare la valigia, uscire di casa e condividere la propria vita con altri non è sempre un atto di fuga per ritrovare pace. O forse perché io, quella pace, non l’ho mai davvero cercata: sono sempre stata affascinata da ciò che scombussola la mente, da ciò che la trasforma, da ciò che spezza i circoli viziosi e apre nuovi orizzonti.
È stato un cammino di discernimento, durante il quale ho scoperto parti di me che non conoscevo. È cresciuta la fede, la connessione con Allah, insieme all’empatia, alla sensibilità, all’ascolto e alla capacità di comunicare. Non sempre mi sentivo “adatta”, ma mi sono chiesta: perché sentire il bisogno di esserlo, in un luogo dove nessuno pretende perfezione? In una casa senza aspettative né pretese, dove si è semplicemente sé stessi, con le proprie imperfezioni, gli errori commessi e la paura di non essere abbastanza.
Non sempre sono riuscita a trasmettere amore, affetto, cura. Non sempre ero davvero presente, pur essendoci fisicamente; non sempre ascoltavo, anche se osservavo tutto. Ci sono stati giorni fragili, pensieri negativi, problemi, stanchezze profonde. Ma ho imparato la bellezza di attraversare il dolore e poi lasciarlo scorrere. Ho capito che spesso l’amore cura tutto, basta saperlo guardare, accarezzare.
Ho imparato che la felicità è lì, davanti a te: negli angoli della casa che non guardi, in un pasto trovato caldo, nel sorriso di chi ti riconosce dal rumore dei passi e, ancora prima di vederti, sorride. Che non serve dirsi “ti voglio bene”: lo senti in frasi come “questa è casa tua”, oppure “ci sarai per i miei diciotto anni?”.
Lo percepisci in un “ti ho messo da parte la pasta senza maiale”, in un “com’è andato l’esame?”, in un “come va la tesi?”, in un semplice “quando hai la laurea?”.
Ho imparato che, per dirsi ti voglio bene, non sempre servono le parole o frasi lunghe. A volte, per dirselo, basterebbe un urlo di gioia, forse un pianto che chiede abbracci, o forse il silenzio. Nel silenzio si può percepire l’amore.
In marocchino non si dice ti voglio bene, si dice “Rak 3ziz(a) 3liya”, che tradotto significa “tu sei prezioso/a per me”. È come dire: tu, quando mai mi ricapiti nella vita?
Me lo chiedo spesso.
Mi chiedo cosa farà Zoe quando avrà vent’anni, che hobby avrà, se mi penserà. Chissà cosa ricorderà di me. Sì, lo so: ho sempre avuto questa paura, quasi egoista, di essere dimenticata. Forse è per questo che ho sempre riempito di pensierini le persone che avevo intorno, affinché, qualora dovessi andare lontano, potessero ricordarmi in qualche modo.
Eppure ai miei cari Xhin Xhi e Zoe non ho mai regalato chissà che: se non qualche abbraccio, un po’ di ascolto, qualche passeggiata, un mese al mare.
Mi ricorderanno?
Io sì. Sempre. E ovunque la vita possa portarmi, ricorderò che ho una casa da cui sono passata, dove ho trascorso un anno, dove ho imparato ad amare, dove ho trovato famiglia.
“Amor che move il sole e l’altre stelle”
Dante Alighieri, Divina commedia, Paradiso, canto XXXIII, V.145







