Non imparo dalle brutte esperienze: io imparo da quelle belle

servizio civile estero Testimonianze

Scritto da Linda Pirini e Paola Lovato, volontarie in Servizio Civile a Puerto Madryn nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – ARGENTINA E BOLIVIA 2025”

“A me non dà fastidio che utilizziate il mio nome vero, l’importante è che si sappia che questa è la mia storia: si uno quiere, puede”. Il verde è il colore preferito di Karina. Dice che le piacciono anche il blu ed il viola, ma il verde è il colore che più la rappresenta: “verde speranza, e io la speranza non l’ho mai persa”.

È martedì, durante il momento di condivisione all’espacio que abraza – il centro dove incontriamo ragazzi/e e adulti che provengono da una vita di strada – la psicologa chiede a chi vuole di raccontare chi sia “la propria persona”, la spalla nei momenti difficili, la mano che ci aiuta a rialzarsi quando si cade o semplicemente chi, in quei momenti, si sdraia vicino a noi. Karina prende la parola e, senza filtri, inizia a raccontarsi: è stata lei, per tanto tempo, l’unica persona per sé stessa.

Quando Karina ha otto anni, vive a Buenos Aires con la nonna ed il compagno di lei. È lui ad iniziarla alla droga, facendole fare uso di marijuana e poxi-ran – una sostanza chimica con effetti psicoattivi e vasoattivi – per stordirla e poterla abusare sessualmente.
Complice il silenzio della nonna, in quella casa Karina si ritrova sola con qualcosa che le è stato messo dentro senza che lei lo scegliesse. Passano gli anni e fa l’unica cosa che le riesce: lo nutre. “Il consumo faceva già parte di me, lo avevo già dentro e così ho deciso di portarlo fuori”. Così a tredici anni inizia ad usare il paco, una sostanza ricavata dagli scarti della cocaina: economica, accessibile, devastante. A quindici, lascia quella casa e va a vivere in strada: lì, almeno, quello che le succede non viene da chi dovrebbe proteggerla.

La vita di strada è già troppo pesante, imparare a vivere e a sopravvivere è già tutto, e aggiungere il peso dell’astinenza è impensabile. Non sente di aver altra scelta e così continua a fare uso di paco: “la vita era consumir e solo consumir”. Di giorno fa la cartonera, raccoglie cartoni per rivenderli, ma la notte il cartone non lo compra nessuno. Conosce una ragazza della sua età che “lavora” con un gruppo di altre giovani: si prostituiscono, anche loro vivono in strada, e Karina si unisce a loro. Per dieci anni vive come cartonera di giorno e prostituta di notte, dormendo al massimo tre ore, costantemente drogata. Le giornate passano senza che lei le viva davvero, le ore senza che lei le attraversi. “La mia vita in strada come ragazza, e come ragazza di quindici anni, era terribile: le persone si approfittavano di me perché ero giovane, ero donna e vivevo in strada. Gli stessi “clienti” che venivano da me mi facevano del male. La gente mi discriminava e io mi sentivo male: perché mi discrimini perché vivo in strada? Perché non mi chiedi come sto? Mi guardavano e non vedevano come mi sentivo, vedevano com’ero: ero sporca, e gli facevo schifo”.

In quegli anni vive in strada con quattro figli, ma non riesce a prendersene cura. Le vengono tolti, ma in quel momento neanche la loro assenza riesce a scalfirla. “Ognuno ha il suo tempo di recupero: quando i miei figli erano con me, ancora non era arrivato il mio”.
Questo tempo arriva in modo violento ed improvviso: a ventiquattro anni, Karina sale su un camion con un cliente, ma dentro ci sono altri uomini. Vende il suo corpo, ma si rifiutano di pagarla: cosa pretende lei, che è solo una prostituta? Una mujer mala? Così la picchiano e, una volta incosciente, la buttano fuori dal veicolo, nel buio della notte. Si risveglia in ospedale: una coppia di anziani l’aveva trovata e portata lì, e sono ancora presenti quando apre gli occhi. La sua storia era cominciata con due anziani. Adesso ricomincia con altri due.

“Mi sveglio e mi ricordavo tutto. Il mio cervello ha iniziato a funzionare e ho detto: se continuo così e non mi ammazzano, potrei arrivare io ad ammazzare qualcuno”. Prova paura, e su questa paura inizia il suo cammino di recupero. Una scelta di cuore, dice, non troppo riflettuta: “Ho dovuto imparare a pensare: non ero abituata perché la droga zittiva tutto. Queste scelte non potevo farle con la testa: se ci pensavo, volevo tornare a drogarmi. È stato il cuore a guidarmi, e il desiderio di stare bene”.

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