Un carcere che insegna la libertà

servizio civile estero Testimonianze

Scritto da Beatrice Marani, Casco Bianco in Servizio Civile a Medina nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – BRASILE 2025

Durante il mio Servizio Civile a Medina, nello stato di Minas Gerais, ho avuto l’opportunità di conoscere irmã Ideni e irmã Luciana, suore della congregazione di Nossa Senhora da Ressurreição che operano a Pedra Azul, nella Valle del Jequitinhonha, una regione segnata da un’elevata percentuale di povertà. In questa città le suore hanno dato vita a diverse opere sociali: un collegio per bambini provenienti da famiglie non abbienti, una casa di accoglienza per anziani in condizioni di fragilità economica e sanitaria e un’APAC (Associação de Proteção e Assistência aos Condenados), una realtà carceraria alternativa che promuove la rieducazione e il reinserimento sociale dei detenuti.

Durante la mia permanenza a Pedra Azul ho avuto modo di visitare tutte queste strutture, compreso il carcere statale. È stata un’esperienza che mi ha profondamente colpita, lasciandomi addosso un senso di sconforto difficile da descrivere.

Fin dall’ingresso si viene avvolti da un’atmosfera cupa e opprimente, la luce è scarsa, le finestre delle celle sono oscurate, e l’aria stessa sembra trasmettere chiusura e abbandono. Entrando nel reparto delle celle, l’impatto è ancora più duro. Ci si trova davanti a un sovraffollamento estremo, spazi pensati per sei o otto persone arrivano a ospitarne anche trenta. Letti insufficienti, corpi ammassati, i carcerati vanno dai più giovani agli uomini più anziani, alcuni sono lì da pochi mesi, altri da anni. Ma al di là della durata della pena, ciò che accomuna tutti è una condizione di totale perdita di dignità.

In un contesto simile, la persona smette di essere tale. La privazione non è solo della libertà, ma dell’umanità stessa: vengono meno le condizioni minime per una crescita personale, per un cambiamento di vita. Non si tratta più di vivere, ma di sopravvivere in un ambiente che appare ostile, incapace di offrire strumenti per il miglioramento e, al contrario, rischia di alimentare frustrazione, rabbia e recidiva. Un sistema che dovrebbe rieducare finisce così per disumanizzare.

La visita è stata breve e non ho avuto modo di parlare a lungo con i detenuti, ma ciò che ho visto e percepito resterà con me. Proprio per questo, l’esperienza successiva all’APAC ha assunto un significato ancora più forte.

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