Scritto e realizzato da Daniele Baleani, volontario in Servizio Civile a Rimini nel progetto “Vivere la pace 2025”

La mia esperienza di Servizio Civile si è svolta principalmente presso l’Ufficio Obiezione e Pace attraverso il progetto “Vivere la pace 2025”, dove, nelle attività che ho svolto, i diritti e l’inclusione rischiano di restare concetti un po’ più astratti e non sempre tangibili come altrove. Ma per l’attività “A che punto siamo sui diritti?”, ho lasciato la mia “quotidianità” di servizio in sede per andare a incontrare alcune realtà di accoglienza dell’associazione nelle province di Rimini e di Pesaro-Urbino.

Ho scoperto che, dietro ogni esperienza o vissuto di disagio e fragilità, c’è un bisogno di umanità, di aiuto e di fraternità che è difficilmente riassumibile a parole. Uscire dall’ufficio e ascoltare testimonianze così intense mi ha fatto capire che i diritti si costruiscono ogni giorno nella relazione, trasformando il proprio impegno in una più ampia scelta di vita. In questi mesi, ho avuto modo di visitare e conoscere cinque strutture tra Romagna e Marche. In queste occasioni ho toccato con mano la realtà profonda delle case famiglia, della Capanna di Betlemme e dei centri diurni della Comunità Papa Giovanni XXIII: un mondo fatto di un impegno e di una passione incredibili, dove operatori, volontari e le stesse persone accolte mettono in campo ogni giorno non solo professionalità ma un amore autentico e puro per il prossimo. Vedere come queste persone donino gran parte di se stesse per sostenere chi è più fragile mi ha fatto capire che i diritti non sono solo grandi concetti teorici ma prendono forma nei gesti quotidiani di accoglienza.

Le esperienze che ho vissuto mi hanno tutte profondamente colpito e insegnato qualcosa. Nei centri diurni Il Germoglio e Il Nodo ho potuto vedere concretamente come una struttura organizza e promuove le attività sportive, la condivisione, l’inclusione e l’accoglienza di persone con disabilità, più o meno gravi che siano. Tutto questo grazie alla presenza di operatori e volontari straordinari, che non sono solo un contorno, ma arricchiscono ogni momento con le loro competenze e il loro sguardo. Un esempio significativo è quello di Lorenzo, operatore del Germoglio, che durante l’intervista mi ha portato alcuni esempi di utenti del centro. In particolare, mi ha parlato di un ragazzo che grazie all’attività motoria è riuscito, oltre che a migliorare e a rendersi più autonomo, a smettere di fumare e a iniziare un percorso nel quale, come dice Lorenzo, “si vuole più bene”. La passione di Lorenzo per lo sport e la sua dedizione hanno reso possibile l’organizzazione di un torneo inclusivo di bocce insieme ad altri centri diurni della Romagna. Il risultato è stato un grande coinvolgimento e, soprattutto, tanta felicità per tutti gli utenti partecipanti, che si sono lasciati andare rendendo il torneo una vera e propria sfida, vissuta con entusiasmo e partecipazione.

Un altro esempio significativo è il centro diurno Il Nodo a Pietracuta, dove Andrea, responsabile della struttura e OLP, insieme ad altri operatori, gestisce e organizza attività per persone con disabilità. Nelle uscite in campagna, nei laboratori manuali ma anche nei momenti di condivisione e di preghiera viene mantenuto un livello di impegno, cura e attenzione molto alto. In più, dal racconto e dal dialogo con Andrea, emerge come per molti ragazzi accolti e le loro famiglie il riconoscimento culturale, sociale e giuridico della disabilità non è sufficiente se non è accompagnato da misure concrete e da risorse economiche adeguate che permettono di esercitare effettivamente quei diritti. Ho imparato tanto anche da Mirko e Giacomo, volontari in Servizio Civile proprio come me, che mi hanno aiutato sia nella preparazione dell’incontro sia nella spiegazione delle attività. Grazie a loro ho potuto osservare da vicino come si comportano quotidianamente e cosa fanno concretamente per aiutare i ragazzi e sostenere la comunità.

Nelle case famiglia, invece, ho sperimentato un amore infinito e incondizionato: quello di genitori, operatori e volontari che donano il loro tempo e le loro cure a persone con gravissime difficoltà psichiche e motorie. La giornata trascorsa a Fano, nella casa famiglia Sant’Anna dove svolgeva servizio Lucia, è stata immensamente formativa. Ho potuto vedere da vicino come Alessandra e Stefano, genitori della casa, accolgono e accompagnano le persone con grande impegno. Lucia ci racconta che, rispetto agli inizi, alcuni ragazzi ospitati hanno migliorato significativamente le loro abilità sportive, acquisendo molta più dimestichezza. Nel primo pomeriggio ci siamo spostati al centro “Gira-Girasole”, dove ogni giorno vengono organizzate attività ricreative. Vederli tutti insieme, seguiti con attenzione, è stato davvero significativo: si percepisce un clima di grande cura e condivisione che va oltre la semplice attività. Un momento che mi ha colpito molto è stata la lezione di danza inclusiva: Monia, l’insegnante, è riuscita a coinvolgere tutti i ragazzi, facendoli ballare in gruppo, a coppie e singolarmente, con movimenti semplici e armonici. Un modo per farli esprimere, sciogliersi e divertirsi in totale serenità.

L’altra esperienza in casa famiglia è stata a Montegridolfo nella casa famiglia “Piccoli Angeli”, gestita da Teresa e Fabrizio, chiamato anche Bicio. Con la loro scelta di vita accolgono ragazzi con gravissime difficoltà che altrove difficilmente riceverebbero le stesse cure. Nonostante il maltempo non mi abbia permesso di vedere bene l’esterno, ciò che mi ha colpito di più è stata la forza di volontà e il coraggio di Teresa e Bicio. Riescono sempre a trovare una strada, anche nelle situazioni più difficili come nell’accoglienza di Mattia, un ragazzo con una malattia molto rara che vive su una carrozzina. Nonostante le forti limitazioni, Teresa e Bicio fanno in modo che partecipi alla vita quotidiana: viene accompagnato alle feste del paese, al bar e coinvolto in ogni attività. Questo mi ha fatto capire che, anche nelle condizioni più difficili, è possibile creare occasioni di relazione senza lasciare che la disabilità diventi un limite.

Un’altra preziosa giornata è stata quella vissuta alla Capanna di Betlemme di Rimini, dove ho incontrato Chiara, Marta, Livio ed Elia. Durante l’intervista hanno evidenziato aspetti interessanti delle loro esperienze. Elia, volontario da un anno e mezzo, ha rimarcato spesso il bisogno per le persone accolte non solo di una risposta assistenziale, bensì di una risposta di giustizia. Oltre all’accoglienza nelle realtà di accoglienza, emerge con forza il bisogno di un’inclusione che vada oltre le strutture e si apra all’esterno. All’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII il diritto alla dignità è garantito attraverso gesti concreti come un torneo, un laboratorio o un’uscita al bar, mentre nel tessuto sociale ed economico la strada è ancora in salita. In queste cinque tappe ho capito che l’inclusione nasce prima di tutto da uno sguardo: lo stesso che ho visto negli operatori, nei volontari e nelle famiglie. È lo sguardo di chi, come Teresa e Fabrizio con Mattia, non si ferma davanti ai limiti ma cerca sempre una possibilità; di chi, come Lorenzo, trasforma lo sport in partecipazione; o di chi costruisce relazioni attraverso piccoli gesti quotidiani.

Nelle realtà della Comunità Papa Giovanni XXIII ho visto l’amore e la dedizione negli occhi delle persone: un amore concreto, capace di leggere i bisogni anche quando non vengono espressi, e di garantire a ogni persona il diritto di sentirsi parte di qualcosa. Tutte queste esperienze mi hanno fatto capire che i diritti non sono solo parole, ma prendono forma nei gesti quotidiani e nella presenza accanto ai più fragili. L’inclusione si costruisce attraverso piccoli momenti: un’attività, un’uscita, una festa, uno sguardo, una mano tesa. Sono situazioni semplici, ma per chi vive la disabilità rappresentano occasioni vitali di partecipazione. Questi incontri mi hanno fatto riflettere sul fatto che, spesso, i diritti restano concetti vaghi se non vengono vissuti direttamente. Nelle strutture della comunità ho visto la dignità messa al centro ogni giorno attraverso la cura e la relazione. Allo stesso tempo, anche attraverso un lavoro di analisi e approfondimento del contesto sociale delle due province, ho percepito quanto sia ancora necessario lavorare perché questa inclusione non resti chiusa dentro le strutture ma diventi parte della società e dei territori.

Questa attività mi ha arricchito molto: conoscere direttamente le realtà di accoglienza e le persone che ci vivono mi ha permesso di guardare la disabilità e il disagio adulto con uno sguardo diverso, più umano e meno distante. Ho capito quanto sia importante fermarsi, ascoltare le storie e mettersi in relazione senza giudizi. Il Servizio Civile mi ha dato l’opportunità di capire cosa significa davvero la cittadinanza attiva: sentirsi parte di una comunità che si prende cura degli altri. Porto con me la consapevolezza che i diritti si costruiscono nelle relazioni quotidiane e nella volontà di non lasciare indietro nessuno. Anche nel mio piccolo, posso contribuire a creare una società più inclusiva, dove ogni persona possa sentirsi accolta e riconosciuta.