Scritto da Martina Celli, Casco Bianco in Servizio Civile a La Paz nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – ARGENTINA E BOLIVIA 2025”
Mi chiamo Martina e ho svolto la mia esperienza di servizio civile all’interno della comunità terapeutica San Vicente a La Paz, Bolivia. Non è semplice fare un bilancio di ciò che ho vissuto in questi dieci mesi dall’altra parte del mondo. È stata un’esperienza intensa e sicuramente una sfida, perché mi ha portata completamente al di fuori della mia zona di comfort. Ricordo di essere partita con tante paure, spaventata da tutto ciò che mi aspettava. Eppure avevo scelto questo progetto proprio perché sentivo il desiderio di mettermi in gioco e di confrontarmi con una realtà completamente nuova, sia per il Paese che mi avrebbe accolto sia per il contesto di servizio in cui sarei stata inserita.
Se ripenso a questi mesi, l’immagine che mi viene subito in mente è quella delle montagne russe: un periodo vissuto a una velocità incredibile, fatto di alti e bassi, di momenti di entusiasmo e di fatica, di scoperte e di sfide che mi hanno permesso di crescere.
Mi sono innamorata della Bolivia come Paese: una terra sorprendente, piena di contraddizioni, colorata, caotica e incoerente, ma allo stesso tempo semplice e autentica. È proprio questa apparente incoerenza ad averla resa, ai miei occhi, così affascinante. Mi sono lasciata sorprendere da questo Paese giorno dopo giorno: dai suoi mercati pieni di vita e di colori, dai suoi balli tradizionali, dalle sue feste popolari, dalla natura e dai paesaggi che cambiano nel giro di pochi chilometri e dalla capacità delle persone di trovare bellezza e condivisione anche nella semplicità della vita quotidiana. Ho imparato ad apprezzarne i ritmi, così diversi da quelli a cui ero abituata, e a lasciarmi stupire da quei piccoli dettagli che, con il passare del tempo, sono diventati parte della mia vita.
All’interno della comunità terapeutica, almeno all’inizio, non è stato semplice trovare il mio posto. Ho fatto fatica a inserirmi, a mostrare davvero la mia personalità e a capire quale fosse il modo migliore di pormi. Credo che questa difficoltà sia dipesa non solo dalle differenze culturali e dalle difficoltà comunicative all’interno dell’équipe, ma anche dal fatto che mi trovavo in un contesto completamente nuovo, nel quale non avevo mai lavorato prima. Nei primi mesi ho avuto bisogno di tempo per comprendere quale fosse il mio ruolo e come potessi dare il mio contributo nel modo più efficace possibile. Tutti questi aspetti hanno reso inizialmente più complesso creare relazioni e sentirmi pienamente parte del gruppo.
Con il passare del tempo, però, sono riuscita a trovare la mia dimensione, a comunicare in modo sempre più positivo e spontaneo e a vivere con maggiore serenità e presenza ogni momento del servizio. Ho imparato ad adattarmi, ad ascoltare prima di agire e a comprendere che anche trovare il proprio spazio all’interno di una nuova realtà richiede tempo e pazienza.
La cosa che più di tutto mi ha riempita di gioia è stata la condivisione quotidiana con i ragazzi della comunità. Sono state proprio la semplicità e l’autenticità delle relazioni costruite, nel rispetto dei limiti e dei ruoli, a rendere questa esperienza così significativa. Ho avuto la possibilità di entrare, con delicatezza e rispetto, nelle loro storie, nei loro percorsi e nelle loro fragilità, scoprendo la forza e il coraggio che spesso si nascondono dietro alle difficoltà.
Ho scoperto quanto valore possano avere i piccoli gesti della quotidianità: una conversazione durante una pausa, una risata condivisa, un’attività svolta insieme, un momento di terapia o semplicemente un pasto passato allo stesso tavolo. Sono stati proprio questi gesti, apparentemente semplici, a permettermi di costruire relazioni autentiche e a farmi sentire parte della comunità. Ogni conversazione, ogni attività e ogni momento condiviso rimarranno sempre una parte preziosa del mio percorso.
Se penso a questi mesi, mi fa sorridere anche il cambiamento che riconosco in me stessa.

