Scritto da Giorgia Pace, Casco Bianco in Servizio Civile a Santiago del Cile nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – BRASILE E CILE 2025”
Parto a 19 anni, non sapendo bene cosa poter donare agli altri, ma con la certezza che quella a cui sarebbe stato donato qualcosa di grande sarei stata io. Osservare, stare, sentire, passa il tempo.
Vedo amore, da questo amore apprendo. Lo vedo nelle persone che mi circondano una scintilla, non è quella del semplice voler fare del bene, è un grande bisogno di amare, necessità incolmabile: è l’amore per la propria figlia che ha nostra mamma Carolina, quello per il comedor del responsabile Placido. Si tratta di un attaccamento indissolubile, parte della loro essenza, per cui sono disposti a sacrificare tutto, a confrontarsi con difficoltà, sfide, quotidianamente.
Con i mesi scopro una cosa: ciò che io stavo riconoscendo nelle persone accanto a me è ciò che Don Oreste, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, avrebbe chiamato il “desiderio di amare sempre”, un’immensa forza che, per chi l’ha provata, non riesce ad abbandonare.
Ecco, questa forza ha colpito anche me. Parte dalla famiglia di cui sono parte, una quantità indefinita di persone che condivide le proprie vite e le mette a disposizione dell’altro. È lì che tutto può diventare un vero atto d’amore: un pomeriggio tra i fornelli per preparare la cena, “compartir la mesa”, litigare con nostro fratello Jorge per una lavatrice e dare la buona notte a mia sorella Matilde.
Questa forza si è accesa ancor di più al Comedor Nonno Oreste, una mensa per persone senza fissa dimora o in situazione di necessità, dove ho prestato servizio quest’anno. Ogni mattina il cuore mi batte più forte, esplode di felicità, si scalda. È una sensazione stupenda, essere nel posto che ami.
Amo ogni volto e i loro sorrisi, ogni rumore e disordine, cantare insieme canzoni della radio e le chiacchiere, la saggezza di A. e la confidenza conquistata con C., amo stare dietro al bancone con le mie compagne, non essere mai sola, e anche lavare i piatti, se fatto insieme, gli abbracci di conforto e i “cuidate” gridati sul ciglio della porta, condividere il nostro tempo. Allo stesso tempo, credo che anche quel posto mi voglia tanto bene, altrimenti non mi regalerebbe tutta quella felicità con cui, terminata la mattinata, esco dal cancello e me ne torno a casa.

