Scritto da Anna Pasolini, Casco Bianco in Servizio Civile a Bucarest nel progetto “CASCHI BIANCHI CORPO CIVILE DI PACE – EURASIA 2025”
«L’altro guarirà non perché gli hai detto il suo errore, ma perché mentre parlavi ha sentito il tuo amore e gli è venuta nostalgia anche a lui di amare.» Don Oreste Benzi
Quando sono arrivata a Bucarest, ormai dieci mesi fa, ho iniziato a scrutare questa nuova città, cercando di darle un ordine. Spesso faticavo a tenere insieme i contrasti che emergevano, a trovare una chiave per comprenderli nel mio modo di guardare le cose. Con il passare del tempo, però, il paesaggio intorno a me è diventato più familiare. Ho iniziato a cogliere il filo che univa quelle sfumature che all’inizio mi sembravano stridenti e la mappa, lentamente, si è distesa davanti ai miei occhi.
Solo più tardi mi sono resa conto che lo stesso processo stava avvenendo anche dentro di me. Venivano alla luce parti di me che ancora non conoscevo, insieme a risorse rimaste fino ad allora inesplorate. Ho ritrovato dentro di me le stesse complessità che all’inizio vedevo fuori, imparando, poco alla volta, ad accoglierle.
Ho trascorso quest’ anno di servizio civile in Romania, nella casa di fraternità della Comunità Papa Giovanni XXIII a Bucarest. Questa casa è luogo di incontro e accoglienza e il punto da cui partono tutte le attività che hanno plasmato noi e il nostro tempo qui: il centro residenziale per bambini e ragazzi con disabilità dell’associazione Don Orione, l’unità di strada, il centro diurno per persone senza fissa dimora dei Fratelli missionari della Carità, gli incontri con i bambini rom, le suore di Madre Teresa di Calcutta di Ferentari (quartiere tra i più fragili di Bucarest). Contesti molto diversi, ma accomunati dalla stessa richiesta: la presenza, esserci nella quotidianità.
Il luogo in cui ho forse sentito più forte questa sfida dello stare è stato il centro Don Orione. È un impatto forte con la disabilità, sia per il numero delle persone accolte sia per la gravità delle disabilità presenti. Arrivi e non hai un compito preciso da svolgere, se non portare te stessa e curare la relazione uno a uno con i ragazzi e i bambini che piano piano inizi a conoscere. Questa libertà mi spaventava tanto all’inizio. L’unica indicazione che ci veniva data era di fare ciò che ci sentivamo. Non sapevo cosa mi sentissi di fare, se una cosa fosse giusta piuttosto che un’altra, e non avevo nemmeno le competenze linguistiche per chiedere conferma. Quel consiglio, che non sopportavo all’inizio, ho capito con il tempo essere vero: non c’era un modo giusto di fare le cose prima ancora di conoscere chi avevo davanti. C’era da conoscere quella persona, il suo modo di stare in relazione, che non necessariamente passava dalle parole o coincideva con ciò a cui siamo abituati. Sono stati i ragazzi e i bambini, che ti accolgono con una gioia dirompente, a guidarmi anche in questo. La prima volta che sono riuscita ad entrare in relazione con T., una bimba del centro, è stato attraverso la ripetizione di suoni che lei faceva. Si è illuminata. Grazie a lei ho imparato i numeri in rumeno. E ancora oggi, ogni volta che pronuncia il mio nome riconoscendomi dalla voce nella stanza, il mio cuore si restringe e si allarga, ha come una scossa di gioia.

