Scritto da Matteo Luccitelli, volontario ESC – European Solidarity Corps a Rimini, in Italia

Sono partito per non restare immobile.

Sentivo il bisogno di rompere il ciclo quotidiano e vivere qualcosa di condiviso, con l’idea di poter aprire gli occhi diventando una persona più aperta, meno chiusa nel mio piccolo mondo e più disponibile verso realtà diverse dalle mie.

L’11 agosto sono arrivato a Rimini per fare un mese di volontariato con un progetto di Corpi Europei di Solidarietà di breve durata con la Comunità Papa Giovanni XXIII.

Durante questo mese ho vissuto in una casa chiamata “di fraternità” insieme ad altri/e otto ragazzi/e. Abbiamo condiviso un tempo fatto di attività, momenti di gruppo, risate, difficoltà e tante piccole cose che sono diventate parte dell’esperienza.

Tra le attività della settimana una prevedeva che mi recassi in un magazzino dove vengono raccolti e redistribuiti abiti usati: abbiamo raccolto, sistemato e distribuito una marea di vestiti. Un’attività apparentemente semplice, attraverso la quale ho compreso l’importanza di dare una seconda vita a ciò che non viene più utilizzato, evitando lo spreco e permettendo a qualcosa che sembrava aver perso il proprio valore di tornare ad essere utile per qualcun altro.

A Casa Karibu invece ho avuto la possibilità di entrare nella quotidianità di una casa di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Qui ho fatto amicizia con molti ragazzi, alcuni di essi mi hanno raccontato le loro storie e i loro sogni. Ho condiviso momenti molto semplici della loro vita di tutti i giorni. Mi hanno fatto riflettere sul fatto che, prima della loro condizione di “minori stranieri”, ci sono ragazzi che hanno bisogno non solo di essere accolti, ma anche di sentirsi riconosciuti.

Il mercoledì sera partecipavo al servizio di strada della Capanna di Betlemme, una struttura di accoglienza per persone senza fissa dimora. In gruppo, ci siamo fermati a donare cibo, acqua, coperte e a stare in compagnia con chi incontravamo in strada.

A casa mi porterò tutti gli sguardi, i sorrisi, gli abbracci che ho donato e ricevuto, e una maggiore consapevolezza. È stato un mese intenso ed è volato in fretta. Non sono diventato una persona completamente diversa. Ma sento di aver fatto almeno qualche passo nella direzione in cui volevo andare.